Una storia di giornalismo sportivo. Intervista a Beatrice Sarti di Radio Rossonera.

Ci siamo incontrati a fine lavoro nella redazione di Radiorossonera, a Milano.

 Beatrice Sarti, Riminese, da anni ormai è giornalista e conduttrice radiofonica a Radio Rossonera, emittente nata nel 2017 che si occupa del mondo Milan nella sua interezza.

Cos’è il calcio? Cos’è il giornalismo sportivo? Cosa significa essere un/a buon/a giornalista? Quali sono i problemi del giornalismo sportivo?

Beatrice Sarti racconta il suo modo di fare giornalismo sportivo.

Quando è nata la tua passione per il calcio?

Ne sono rimasta sempre affascinata; addirittura, prima di vedere le partite, fin da piccola mi piaceva tantissimo rimanere ad ascoltare i miei compagni di scuola che parlavano di calcio. Non solo di squadre importanti (come, ad esempio, il Milan o la Juventus) ma di calcio in generale.

Avevo il desiderio di entrare in quei discorsi: nonostante in famiglia si amassero di più i motori, ho iniziato a vedere la domenica le trasmissioni che parlavano di calcio (Quelli che il Calcio, la Domenica sportiva etc..) e più le vedevo più notavo in me che cresceva il desiderio dell’attesa di quei momenti; rimanevo ammaliata da questo mondo.

La svolta vera fu quando miei genitori mi regalarono l’abbonamento alla pay-tv Sky, all’epoca l’unica emittente che trasmetteva le partite.

Potevo vedere finalmente quello di cui avevo sentito parlare: tutte le partite che potevo, sia del campionato italiano, sia dei campionati esteri.

 E lì credo sia iniziato veramente il mio amore per il calcio. Mi emozionava l’idea di poter raccontare quello sport e mi domandavo, in futuro come potessi fare per raccontarlo.

Il mondo del calcio ad oggi è molto difficile: la passione spesso viene sfruttata. Si fa leva sul fatto che molti sognano di fare questo lavoro il tuo lavoro viene spesso sfruttato con paghe non dignitose. Però nonostante questo se mi metto davanti i pro e i contro, su 10 contro trovo almeno 20 pro. È iniziato tutto così, è un meravigliarsi continuo.

Adesso sei a Radio Rossonera, ma quale è stata la tua carriera in ambito sportivo?

Inizio molto presto con Milan News, non con articoli miei ma riportando sul sito le parole pronunciate da allenatori e/o o altri giornalisti. Facevo il lavoro sporco in sostanza, ma ero già molto felice che il mio nome comparisse lì.

Da lì incarichi sempre più importanti nella redazione di Milan News e l’iscrizione, contemporanea al mio impegno nella redazione, a Linguaggi dei Media a Milano all’università Cattolica.

Ma qui il primo scoglio molto duro da superare. Per problemi familiari sono costretta a tornare a Rimini. Fu un momento molto complesso e difficile della mia vita. Ho ancora un oggetto di quel periodo: uno scatolone nel quale ho messo tutte le mie cose portate precedentemente su a Milan. Sono ancora molto affezionata a quello scatolone, è ancora con me chiuso con del nastro nero nella parte superiore. È un simbolo, un messaggio a ricordarmi: non mollare.

A Rimini comunque non ho mai smesso di pensare a questo mondo e mi dicevo: se sarà destino, il calcio ribusserà alla tua vita. E così è stato, di fatto.

Inizia la tua seconda vita professionale

Si, e riparte da Rimini. Mi propongono di scrivere su un sito, da lì inizio poi a collaborare con

un giornale di Rimini: andavo a seguire le squadre di provincia sul campo, la parte forse più divertente di tutte.

Decido di ritrasferirmi di nuovo a Milano, non per fare questo lavoro ma per lavorare.

Sentivo che qualcosa mi mancava di qual mondo che avevo dovuto lasciare alcuni anni prima.

Qui arriva il primo incontro con Radio Rossonera: da una prima collaborazione, a due trasmissioni, in una crescita costante di apprendimento del mondo radiofonico (non avevo mai fatto radio fino a quel momento) fino al tesserino da giornalista professionista.

Dopo il covid arriva anche la chiamata di DAZN : bordocampista della SerieB. La mia prima partita fu Brescia-Cremonese; la ricordo con grande emozione. Devo dire che, in quella stagione mi ero anche appassionata al Brescia, visto che spesso lo andavo a commentare a bordocampo. Con DAZN però purtroppo finisce lì, anche perché l’emittente pay decise, per la stagione successiva, di non avere più bordocampisti per la Serie B. Da lì però tante altre soddisfazioni: il momento più bello sportivo e lavorativo degli ultimi anni è stato sicuramente l’intervista a Kakà (leggenda rossonera).

Cercata per molto tempo tramite molte persone e poi quando è arrivata è stato bellissimo. Era il giorno di Milan-Napoli di Champions League lo scorso aprile, ma la partita è passata in secondo piano. Abbiamo parlato molto e lui si è fidato, raccontando cose che non aveva mai raccontato prima (come il mancato passaggio nel 2009 al Manchester City). È stato un bellissimo momento professionale.  

Chi sono i tuoi modelli di riferimento?

Il mio modello di riferimento è una giornalista donna, per il percorso che ha fatto e per l’estrema competenza e passione nel suo lavoro: Giulia Mizzoni.

Ho avuto il piacere di conoscerla una delle prime giornate qua a Radio Rossonera e da lì è iniziata una grande amicizia. Lei ha fatto tantissima gavetta. È stata corrispondente per il calcio estero, per DAZN e oggi è a Prime Video nelle notti di Champions League.

Riesco sempre in lei a scorgere la passione per questo lavoro, oltre che la competenza che non è scontato in questo mondo.

Spesso, purtroppo, nel giornalismo sportivo, per le giornaliste donne la competenza passa in secondo piano. Si guarda prima alla bellezza, piuttosto che alla reale preparazione, che spesso c’è, ma che passa costantemente in secondo piano. È molto difficile dimostrare di essere brave prima che belle.

Giulia, invece, ci è riuscita alla grandissima con la sua grande preparazione e competenza, oltre che con la sua inestinguibile passione per questo sport. 

Un libro che consiglieresti e che ti ha ispirato?

Sono molto affezionata al libro di Alessandro Alciato (giornalista di Prime Video) Preferisco la coppa, nel quale il giornalista dialoga con uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio: Carlo Ancelotti.

Mi piace quel tipo di giornalismo fatto di aneddoti e di storie umane. Spesso nel giornalismo di oggi dove si cerca il titolo, ci dimentichiamo che dietro tutto ci stanno dei ragazzi, delle donne e degli uomini con le loro storie. Spesso il racconto si ferma in superficie, forse per le cifre che ci girano. In Preferisco la coppa invece si raccontano aneddoti e storie di vita. Questa è la narrazione del calcio che più mi piace.

Fuori dall’ambito sportivo invece Madame Bovary. Ho incontrato questo testo durante la tesina di esame alla maturità; Madame Bovary è una donna che va per la sua strada, non interessandosi per nulla dei giudizi e di quello che dicono intorno a lei, va avanti attraversando anche momenti di enorme difficoltà, ma nonostante tutto questo continua ad andare avanti. Riflettendo, credo che ciò che mi ha sempre affascinato di questa storia, è la sofferenza per una vita monotona; in lei però ho visto un riscatto: anche io vorrei non avere una vita monotona, il che non vuol dire una vita fuori dall’ ordinario, ma una vita nella quale non avere il rimpianto per non averci provato, facendo tutto quello che potevo.

Il racconto del calcio del futuro come lo vedi?

In questo mondo tutto sembra stia diventando troppo. È tutto molto troppo, soprattutto per quanto riguarda i social; Spero che il mondo sia davanti ad un muro e il mondo, un pallone nella mia metafora, ci rimbalzi contro e che si torni indietro. Che si faccia qualche passo indietro, e questo non lo si dovrebbe limitare soltanto al calcio. Se dici una parola non corretta, ad esempio, il giorno dopo hai una shitstorm. Il dialogo è ammorbato da polarizzazioni molto difficili da evadere.

Tutto deve tornare ad essere naturale, che è la cosa bella del nostro lavoro e spero che tra dieci anni possa fare con un calciatore una chiacchierata come questa.

Bisogna far un passo indietro per far uscire la personalità di ognuno, che è la cosa più bella di tutte.

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