E’ tempo di Mondi a Spoleto e per l’occasione vorremmo presentarvi un regista di teatro, Luca Guerini, che ironicamente si autodefinisce “il folle signor nessuno”. Cosa che non corrisponde al vero: è molto conosciuto nel teatro indipendente, vale a dire, non sovvenzionato dallo stato. Oltre a dirigere, Luca Guerini scrive, produce e distribuisce le sue opere. In quest’intervista ci facciamo raccontare la sua arte e da dove nasce la sua notevole capacità di comunicare – con gli spettatori, i lettori dei suoi libri e, anche e soprattutto, le istituzioni.

Durante 1 17 giorni del Festival dei due mondi di Spoleto, abbiamo riscoperto la magia del teatro con la semplciità e la maestria di Luca Guerini
Luca, partiamo dalla domanda clou per ogni regista: quali tuoi spettacoli sono adesso in scena e dove li possiamo vedere?
Attualmente stanno girando quattordici spettacoli a livello nazionale, soprattutto in Marche, Lazio e Lombardia. La nostra produzione, una delle più note del panorama teatrale indie, è attiva dal 2004 e ha ora sede a Pesaro, ma con attori professionisti provenienti da ogni regione scelti attraverso casting. Avremo diverse date in tutt’Italia, quindi, invito il pubblico a seguire i nostri social per essere aggiornati sulle date. Fra gli spettacoli disponibili adesso troviamo:
1. Fedra, in un’originale riscrittura che colloca l’opera di Seneca nel Sessantotto;
2. Jekyll-Hyde, in una versione del romanzo di Stevenson per due attrici;
3. Ivan Il’ic di Tolstoj, con un’interessante chiave di lettura meta teatrale;
4. La seconda first-lady, una commedia sulla politica e sui rapporti umani;
5. Il cuore nonostante, un mio testo sulla musica interpretato da Romano Talevi e Roberta Sarti;
6. Le notti bianche di Dostoevskij, a cui ho tolto tutte le informazioni note allo spettatore medio;
7. Le cose che ti fanno sentire vivo, un giallo al contrario in cui sappiamo l’assassino e dobbiamo scoprire la vittima;
8. Ninfodora Ivanovna, una commedia politicamente scorretta;
9. Lear, the Fool was a King, in cui l’opera di Shakespeare è ridotta a tre personaggi;
10. L’avaro di Moliere, attraverso cui vengono affrontati temi di attualità;
11. L’Eracle di Euripide e Seneca, in una versione performativa;
12. George Dandin di Moliere, in cui un divertente marito cerca di scoprire il tradimento della moglie;
13. L’ultimo giorno del circo, un mio testo onirico tra sogno e realtà;
14. Mrs Bovary, con l’opera di Flaubert ambientata a Little Italy negli anni Cinquanta
Come è facile notare, in nessuno di questi casi l’opera viene interpretata sic et simpliciter, ma viene arricchita di nuovi significati, trasposta in altre epoche storiche o geografiche o ridotta nel numero dei personaggi per sottolineare alcune caratteristiche del testo di partenza. Uno spettacolo Skenexodia prevede un pubblico attivo e non che assista passivamente a quello che avviene sul palcoscenico.

Quali sono le linee guida della realtà teatrale Skenexodia?
Ormai si può pensare alla Realtà Teatrale Skenexodia come un brand dato che ha un suo stile registico riconoscibile, dei luoghi fisici consolidati in cui ci esibiamo e un suo repertorio. Si può parlare di un modo di vedere o di leggere un testo filtrato attraverso l’immaginario del suo autore. Elementi caratteristici sono, infatti, una scenografia esigua da connotare e denotare, l’interazione col pubblico (da cui il nome Skenexodia), la creazione di quadri (dovuta anche ai miei studi di Storia dell’Arte) e composizione di corpi sulla scena, l’uso di tutto lo spazio scenico, la poca presenza di elementi extradiegetici – se non strettamente funzionali – a dare nuovi sensi alla messinscena: al centro di tutto c’è l’Attore. Penso che molti dimentichino che si va a teatro per l’Attore ed è questo il punto di forza del Teatro rispetto al Cinema che ormai può creare mondi. La concretezza è l’aspetto che mi preme maggiormente come regista: l’attore è consapevole di avere davanti un pubblico (pagante) che lo sta guardando mente vive quello che ha vissuto un personaggio x. Così io intendo il teatro. Ho del mio lavoro una visione totalizzante in quanto mi occupo dall’ispirazione, alla composizione del testo, ai casting, alle parti burocratiche , alla vendita dello spettacolo e alla redazione di articoli/interviste e seguo i miei spettacoli ad ogni replica.
In quest’elenco di caratteristiche del vostro brand, non hai menzionato la presenza in alcune produzioni di scene di nudo. Ce ne vuoi parlare?
Tra i vari filoni in cui si compone il nostro repertorio siamo conosciuti anche per un percorso di ricerca antropologica sugli istinti primordiali (quindi lavoriamo su scene di aggressività, nudità, sessualità, paura, violenza e vergogna) che confluiscono nei nostri spettacoli, shooting fotografici e film. Ecco perché è richiesta questa disponibilità in alcuni casting che promuoviamo. L’arte figurativa ed il cinema sono pieni di scene di nudo, se motivate da un senso drammaturgico o figurativo, non vedo dove sia il problema. Il problema sono quei pochi casi in cui il nudo è uno strumento per attirare attenzione, mi auguro di non dover usare la parola “scandalizzare” perché siamo nel 2023, e il nudo a teatro esiste dagli anni ’60, senza scomodare il teatro antico. Purtroppo, però, quei pochi casi rovinano anche il lavoro di chi pone l’accento sul senso estetico di una scena. Io penso semplicemente che tutto quello che avviene sul palco deve essere quello che avviene nella vita quotidiana, senza approssimazioni o convenzioni. Se non ho un cavallo sul palco, non posso fare il gesto di guidare un cavallo, sarei solamente ridicolo, e la “magia” verrebbe meno. Esiste la magia del teatro, anche se siamo consapevoli di essere in un teatro, spesso ce ne dimentichiamo!
Come organizzi la tua realtà produttiva e distributiva?
A livello produttivo post covid abbiamo consolidato questo metodo di lavoro: facciamo le prove a tavolino online in cui fornisco già tutte le indicazioni sul personaggio, sulle poggiature (spesso nei miei spettacoli il ritmo è in levare), e sulle intenzioni. Poi si stabilisce un calendario prove di massimo nove incontri dal vivo nelle Marche nell’arco di tre mesi circa. Chiaramente all’attore/attrice viene richiesta la memoria del testo già dal primo incontro dal vivo. Al termine di questo periodo facciamo delle date di prova in piccoli paesini che servono per testare e migliorare lo spettacolo prima di date più importanti. A livello distributivo mi muovo in prima persona contattando i teatri e i comuni a cui propongo i nostri spettacoli. Spesso solo alla ricerca di spazi non convenzionali che ben si adattano a quello che è lo spettacolo.

Ci tieni a partecipare a rassegne e/o festival teatrali o altri eventi culturali per far conoscere Skenexodia o prediligi altri meccanismi di promozione?
Partecipo raramente a concorsi e festival, ma non per essere snob, assolutamente! Sono una persona molto socievole che parlerebbe ore di teatro con persone che fanno teatro, però, sono gli aspetti della “competizione” che non mi piacciono… non si possono paragonare due cose diverse, secondo me. Creare uno spettacolo è una mia esigenza, non lo faccio per intercettare del pubblico o per vendere… se ripenso all’elenco degli spettacoli fatto sopra, sono tutti diversi, perché rispondono ad un bisogno di comunicare diverso. Infatti, mi è capitato che spettatori affezionati si trovino in difficoltà a leggere la stessa mano dietro le varie opere. Non può che essere così, sennò sarebbe un lavoro d’ufficio: devo fare questa regia e la faccio. Anzi, delle volte è una sfida con me stesso, ad esempio da lettore Flaubert è un autore che non mi piace, ma lo spettacolo Mrs Bovary che ho voluto fortemente mettere in scena in quest’estate sarà bellissimo e vi consiglio di non perderlo!
Sei anche un drammaturgo di successo. Come nascono le tue opere teatrali?
Le opere mi nascono per un’esigenza, un bisogno di comunicare qualcosa. Nascono da impressioni, immagini, storie assurde che leggi nei trafiletti dei giornali e ti chiedi “ma come l’avrà vissuta il tale o la tale?”. E allora mi metto giù e provo a mettermi nei suoi panni: così nasce il testo. Scrivo quando voglio raccontare qualcosa, mentre farlo “su commissione” mi risulta più difficile, ovviamente. Ci sono tante storie interessanti nel mondo, e a me piacciono le contraddizioni (i famosi “malfunzionamenti”), le cose che non vanno come ci si aspetta (appunto “l’incostanza delle corse”)…
Qual è la tua esperienza nel pubblicare e promuovere le tue opere teatrali? Com’e valuteresti la tua collaborazione con case editrici?
Le mie quattro opere sono pubblicate con Le Mezzelane Editrice con cui mi trovo molto bene, c’è molta richiesta da parte degli addetti ai lavori mossi anche da legittima curiosità. Ricordiamo i titoli “Sagittario, ascendente pesci… dicono”, “Con una erre”, “Malfunzionamenti dell’essere uomo” e “L’incostanza tipica delle corse a perdifiato”. I primi due titoli ovviamente, sono riferiti a me, mentre i due successivi sono rivolti più a individuare un filo conduttore tra le cinque opere teatrali in esse contenute. Spero presto di pubblicare una quinta opera che dovrebbero essere, su richiesta di molti, i testi di “Voci distratte all’orecchio” che fu la prima serie teatrale italiana che nella stagione 2011-2012, sì avete letto bene, portammo in scena al teatro Manhattan di Roma. Ogni terza settimana del mese la storia andava avanti (con la struttura di sette monologhi) attraverso le voci di altri personaggi o di protagonisti ricorrenti. Fu un progetto che coinvolse in dieci puntate ben cinquanta attori professionisti diversi di cui non posso che andare fiero.
Come promuovi i tuoi libri? Organizzi presentazioni o preferisci metterli direttamente in scena?
Riguardo a i libri, intesi non solo i miei, abbiamo creato con Francesco Luzi di Speedbook un format di successo che abbiamo proposto in molte occasioni. Abbiniamo ad uno dei nostri spettacoli la presentazione di tre autori contemporanei affini per argomento allo spettacolo. Secondo me, si tratta di un arricchimento perché permette di conoscere delle opere originali e di scoprirne alcuni lati interessanti portando a riflessioni che coinvolgono anche l’opera teatrale. Ovviamente, nelle serate dei miei spettacoli sono disponibili i libri, e spesso gli spettatori ci chiedono informazioni anche sulle altre produzioni e si affezionano a quello che facciamo: questo è, sicuramente, un risultato positivo! Organizzo anche presentazioni più canoniche in cui mi piace incontrare i lettori ed anche il pubblico che non va a teatro, mentre è spesso interessante chiacchierare con chi ha letto il libro prima di andare a teatro a vedere l’opera. Ne nascono spunti, perché è giusto che ognuno trovi in una storia degli aspetti personali o il riferimento ad un proprio immaginario.
Che rapporto hai con il cinema?
Il cinema è un’altra componente della mia attività di regista. Sono due linguaggi diversi e due strumenti diversi, quindi, non cadrò nella domanda “cosa ti piace maggiormente?”. Nel cinema ho modo di curare la fotografia, la composizione dell’immagine, della cromia, di obbligare lo spettatore a vedere quello che voglio guardi (un dettaglio, un totale…). Penso, però, che il mio dirigere a teatro sia lo stesso. L’interpretazione che cerco negli attori a teatro è quella cinematografica, mi interessa la spontaneità, le smorfie, le azioni inconsapevoli. Ad esempio, tempo fa ho rivisto Rocky (questo esempio può essere utile a capire il concetto che voglio esprimere). C’è una sequenza in cui il protagonista sta passeggiando senza meta, un taxi sta, invece, entrando in un garage, dopo averlo sorpassato il pugile dà due colpetti alla carrozzeria. Quei due colpetti sono un approfondimento psicologico del personaggio sorprendente: rappresentano quello che gli frulla per la testa mentre passeggia. Non servono a nulla in montaggio quei tre secondi in più, si poteva tagliare benissimo prima, quel taxi poteva benissimo non esserci, invece, serve per dare uno spaccato vero, una completa adesione dell’attore al ruolo che interpreta!

Parlaci dei tuoi maestri, Pino Leone e Pino Quartullo. Cosa ti hanno insegnato di fondamentale? In cosa, invece, te la sei sentita, da buon allievo, di rompere le regole?
Ovviamente, sono stati entrambi fondamentali nella mia carriera e nel perché faccio questo lavoro, ma dal mio punto di vista, un’epifania la ebbi grazie alla scuola. Ci portarono, infatti, credo, alle medie, in un capannone di Cinecittà dove era allestita una mostra in cui ad ogni bambino veniva data l’identità di un immigrato e dovevi da solo, interagendo con degli attori, cercare di ottenere la cittadinanza. Non vedete in questo l’impostazione del mio modo di fare teatro? Quelli non sono poliziotti né gli studenti – sono degli immigrati, però, entrambi si muovono come se fossero e credono pervicacemente di essere, sennò “il gioco” crollerebbe. Così a teatro, attraverso l’autoconvincimento, l’attore vive le emozioni vissute dal personaggio filtrate dal suo modo di essere. L’esperienza con la Piccola Scuola di Teatro fu il primo approccio al teatro. Imparai molto e ottenni basi solide su cui impostare, poi, la mia professione. Nella Scuola delle Arti, invece, frequentando i corsi di attore, videomaker e sceneggiatore, ho potuto allargare il campo ad altre discipline e conoscere altri insegnanti che mi hanno dato il loro punto di vista. Sono stati due percorsi che hanno forgiato il Luca regista di adesso…
Che maestro sei per i tuoi allievi? Insegnare teatro ti è necessario o è uno dei veri obiettivi che ti fa sentire realizzato?
Sono, forse l’ho già detto, una persona curiosa, quindi, cerco di conoscere più attori/attrici possibile, perché è un mondo dove un progetto può iniziare da un momento all’altro, e avere validi compagni di squadra è già metà risultato. L’insegnamento non è rivolto al “sei bravo/a, non sei bravo/a”, ma se si può trovare una strada comune percorribile, se il ruolo X può essere adatto a te. E poi, mi piace giocare. In uno spettacolo Play, ad esempio, lo stesso personaggio nel corso delle edizioni è stato interpretato da attori diversissimi per età e fisicità, non è il bello questo? Più che insegnare, preferirei con-durre, infatti, spesso i miei laboratori o workshop sono di natura pratica, non di esercizi, tecniche di respirazione… Proprio per questo dalla nuova stagione nascerà “Osservatorio Skenexodia” ossia una linea di spettacoli con attori esordienti che potranno fare gavetta ed essere poi inseriti in progetti più importanti. In quest’ottica, quest’estate promuoveremo un workshop di quattro giorni su “Girotondo” di Schnitzer, un testo che mi piacerebbe molto mettere in scena, ma impossibile in termini produttivi.
Cosa ti interessa particolarmente nei grandi classici e, soprattutto, nei drammaturghi stranieri sconosciuti ai più?
Anche quando mi rivolgo ad un autore che non sono io, parto da un desiderio di comunicazione, anche solo dalla voglia di far conoscere ad un pubblico una storia. Indubbiamente, il punto principale che condiziona la scelta è l’universalità del messaggio che intende affrontare l’autore, poi, appunto, ci si gioca sopra per trovare nuove chiavi di lettura e ispirazioni. Spesso parto dal testo e poi trovo gli attori, mentre quando scrivo, mi è capitato di fare il contrario, ossia, scrivere sapendo chi avrebbe poi messo in scena quel testo.
Esistono i testi di drammaturgia moderna non scritti da te che ti interesserebbe mettere in scena?
La drammaturgia contemporanea è, ovviamente, interessantissima perché fotografa quello che vede: i cambiamenti della società e i mutamenti all’interno dell’individuo. Raccontare la società significa mettere lo spettatore davanti ad uno specchio, e non sempre si vede quel che si vorrebbe vedere o quel che ci si aspetta! Questo fanno gli Artisti. Sogno un teatro in cui ci sia un tempo in più: rientrando a casa parlando di quello che si è visto. Un teatro che unisce. Un teatro terapeutico dove si esce migliori (si spera!) di come si è entrati. Non mi appartiene un teatro dove stacchi il cervello, ti “distrai” per un’ora e poi torni alla solita vita. Ci sono registi bravissimi che seguono questa linea di pensiero, ma non mi appartiene.
Chiaramente, quando proponi un prodotto, questo viene inserito in un mercato, ma essere indie ci permette di fare quello che vogliamo come vogliamo, anche azzardare “profanazioni” purchè filologicamente corrette.

Come lavori con i tuoi attori? Quali registi teatrali del presente e passato ti ispirano e, forse, influiscono sul tuo lavoro creativo?
Il metro di giudizio principale sono io: faccio quello che andrei a vedere a teatro. Ovviamente, tutto è influenzato – sia a livello cosciente sia a livello inconsapevole – da quello che ho visto ed apprezzato, ma non parte mai (tranne nel caso de “Tutte declinazioni d’amore” ispirato allo stile di Fellini e Pasolini) come omaggio. Non è mai un esercizio di stile. E’ sempre una ricerca, una variazione su tema. Seguo molto, purtroppo online, il teatro straniero e ne apprezzo le scelte spesso coraggiose di registi e drammaturghi. Torno a citare Pasolini: in una versione spagnola di “Porcile” vidi un personaggio vestito da Saw-l’enigmista che aveva un suo significato nella costruzione registica. Facessimo questo in Italia, si griderebbe allo scandalo! Bisogna, a mio avviso, guardare al passato, ma anche declinare quel che si sta facendo in forme nuove: basta con le parrucche bianche e i vestiti di velluto! Non siamo nel Settecento! Siamo in un teatro, hai un cellulare in mano (spero, spento) e sei arrivato lì con un’autovettura. Mi si potrebbe obiettare che l’autoconvincimento che pretendo dall’attore potrebbe essere esteso anche agli spettatori, ma non può essere così perché io regista sono vincolato dal tuo dover fruire di quello che agiscono gli attori. Anche in una versione interattiva di uno spettacolo tu spettatore non puoi allontanarti per mezz’ora, ad esempio, o vivere totalmente il Settecento perché, essendo solamente stato convocato per una rappresentazione, non hai il background mentale che servirebbe o magari sei venuto in jeans e maglietta! Una situazione simile potrebbe avvenire, ad esempio, in certe rappresentazioni di “Rocky Horror Picture Show” quando anche il pubblico si veste come i personaggi del film o balla il Time Warp, ma in quel caso in me spettatore non c’è alcuna ambizione di convincermi d’essere Frank-N-Furter!
Luca, tu che hai al tuo attivo più di cento regie teatrali, cosa risponderesti ad allusioni di chi non crede al principio hegeliano della quantità che si trasforma in qualità?
Devo rispondere? I miei numeri sono, certamente, alti, ma questo non vuol dire che sono lavori fatti con superficialità: dietro c’è un lavoro intensivo che come autore mi occupa l’intera giornata. Per un attore “fare palco” ossia essere in scena regolarmente è una palestra grandissima, confrontarsi con altri ruoli, personaggi… Perché per un regista dovrebbe essere differente? Per non parlare di confronti con altri lavori: un architetto che ha fatto cento progetti verrebbe trattato con tutto rispetto, ascoltato… mentre questo non succede nel teatro. Avevo fatto questo discorso tempo fa relativamente ai premi teatrali, come si fa a premiare il miglior attore, il miglior allestimento se si cercano i vincitori in una quarantina di teatri istituzionali finanziati dallo stato? E’ come se io domani facessi un premio Skenexodia, e tra i miei sedici spettacoli premiassi il miglior attore, la migliore scenografia… pensereste dall’esterno che quei premi sono rappresentativi di tutto il panorama teatrale italiano? Però, è quello che succede e anche con le oltre cento regie rimani un folle signor nessuno che lotta per ogni singola data.