Claudio Tombini fra teatro e musica. L’Arte si fa in quattro per la stagione estiva

È iniziata l’estate. Fatta di mare e montagna, ma anche di eventi. La stagione teatrale estiva 2023 ne è particolarmente ricca, dal Festival di Spoleto appena iniziato per la prosa  al grande evento dell’Arena di Verona per la lirica. Claudio Tombini, attore, drammaturgo e regista della Marche, voce della band pesarese “Rari ramarri rurali” si vedrà impegnato su più fronti, fra teatro, scrittura e musica. È un artista che lavora su tutto il territorio nazionale, ma preferisce vivere la provincia e ci immerge nel mondo creativo di Pesaro Urbino e dintorni.

I Rari Ramarri Murali durante un concerto

Rari Ramarri Rurali: Canzoni in dialetto che promuovono il territorio

Claudio Tombini forma, insieme ai suoi amici musicisti Riccardo Marongiu (basso), Giacomo Pietrucci (sassofono), Nino Finauri (batteria) e Magister Roberto Renzoni (tastiere) la band Rari Ramarri Rurali di cui è cantante. “RRR” è un complesso conosciuto nella regione amato per l’attenta analisi di quel che accade nella provincia di Pesaro Urbino e in tutta la regione. La band ha nel suo repertorio numerose canzoni in dialetto e canzoni che promuovono il territorio, facendo inorgoglire la gente del luogo e incuriosire coloro che vengono da fuori.

Claudio, qual è l”esperienza artistica che l’ha segnato tanto da cambiarle la vita e/o il percorso creativo?

Non saprei rispondere con precisione: nel corso di una vita si conoscono tante persone e tutte concorrono a formarti. Diciamo che mi sono cari gli insegnamenti di Fabrizio Bartolucci (con cui ho iniziato lo studio della performance teatrale), poi i lavori con Antonio Calenda e Claudio Collovà. Oltre ai confronti con il mio amico Francesco Benedetto sull’arte (o sull’artigianato) della recitazione.

Ci parli del suo background musicale.

La musica è l’altro mio grande amore artistico. Ho studiato canto da bambino per due anni, partecipando alle selezioni per lo “zecchino d’oro”. Sono cresciuto strimpellando con la chitarra i Guccini, i DeAndre, Battisti, le varie forme degenerative del rock e le sue rinascite, per poi arrivare agli Jannacci ed ai Gaber (senza dimenticare i chansonnier francesi e il grande Vysotskji) l’ascolto della musica classica e quella operistica, la sperimentazione, il jazz; mi definisco più che un cantante, un “parolante”. Cerco di stonare il meno possibile o, parafrasando Paolo Conte, di sbagliare da professionista.

“Rari ramarri rurali”. Perché questo nome e chi è Lei all’interno della band?

È una storia contorta, quella del nome dei RRR. Diciamo che è nato per goliardia all’interno di un gruppo di amici che aveva la passione per la natura, la musica alternativa (che a quel tempo voleva dire anche ascoltare la Classica o l’Opera), la passione per l’enduro motociclistico, l’amore per gli scioglilingua, i giochi di parole; ed è poi approdato al nome del gruppo musicale nel quale mi presento sul palco come, appunto, “parolante”. Coi RRR scriviamo testi dalle tematiche testuali e musicali che definiamo “eco folk blues agri/barricadero”: analizzando ogni singola parola se ne può dedurre il sapore del nostro far musica. Assieme alla lingua italiana affianchiamo molto anche il dialetto che poi sarebbe quello della media valle del Metauro (fiume storicamente famoso per l’epica battaglia tra romani e cartaginesi circa 2300 anni fa). Musicalmente non siamo inquadrabili: ci muoviamo dal rock, al cantautorale, al reggae al beat, agli stornelli o alla musica classica o…

Che personaggi del mondo dello spettacolo italiano e mondiale reputa i suoi maestri? Con chi di loro ha lavorato?

Come dicevo, quelli riportati sopra (con cui ho lavorato) mi hanno segnato. Ed a loro dovrei aggiungere anche il grande Luca Ronconi col quale non ho avuto il piacere di lavorare, ma che ho potuto seguire nelle sue lezioni sul “Sogno di una notte di mezz’estate” di Shakespeare all’Accademia Silvio D’Amico di Roma con gli allievi attori. Di tutti questi grandi registi sono rimasto affascinato dal modo di affrontare e di analizzare il testo teatrale, tutti risvolti psicologici dei personaggi, l’impostazione generale del lavoro al quale si vuole approdare. Punti di vista a volte inaspettati ma perfettamente funzionanti nel disegno generale del regista.

Ha già avuto esperienze di regia?

Certo che si. Ho iniziato a produrre testi ed a metterli in scena. Inoltre, tengo anche un piccolo laboratorio teatrale nel quale ogni anno si affronta un tema sociale e lo si sviluppa per portarlo in scena. Devo dire che la parte registica è molto più difficile di quella recitativa. Ma quel che mi crea più tormento interiore è lo scrivere il testo: come dice Nanni Moretti “le parole sono importanti”. E non solo:  occorre, poi, seguire anche lo sviluppo della trama. Le modalità (e le possibilità in base ai budget o al materiale umano) di soluzioni registiche per passare da un climax ad un altro…

Che tipo di  drammaturgia preferisce quando mette in scena le opere teatrali?

Vi è molta differenza tra quando si lavora con allievi di un corso e quando si lavora tra professionisti. Coi primi sono molto “rigido” nell’impostazione registica (accogliendo ogni tanto le loro proposte). Mentre nel secondo caso sono aperto ad ascoltare tutte le voci che salgono dagli attori sul palco. Diciamo poi che amo molto il lavoro di improvvisazione (soprattutto per quel che riguarda il movimento, il corpo dell’attore e nello spazio e nel rapporto tra attori); il tutto con pochi oggetti in scena un po’ per necessità finanziarie ed un po’ perché stimola l’inventiva attoriale nel cambiare la forma d’uso dell’oggetto stesso quand’anche la sua trasformazione in qualc’altro oggetto.

Che lavoro di drammaturgia  svolge Lei stesso quando scrive per la scena?

A volte parto dall’ascolto di una musica, di una visione, da una parola. A volte mi rimane in testa per giorni una situazione o una ambientazione, e cammino – o corro o faccio attività fisica – e penso, e mi dico che la devo sviluppare se permane quel pensiero così tanto tempo, ed a poco a poco comincio a scrivere, butto giù frasi, aneddoti, testi di canzoni, brani teatrali famosi, situazioni vissute. Poi cancello, riscrivo, condenso, alleggerisco oppure carico ancor di più…e così, via via, nasce uno spettacolo. Ma fino all’ultimo sono lì a fare piccole correzioni o piccole aggiunte sul testo o sui movimenti o sulle musiche o sui “rumori” teatrali.

Com’è la Sua esperienza al cinema?

Ho partecipato come attore nel “grande cinema” solo nel “Mestiere delle armi” di Ermanno Olmi: un’esperienza magnifica. Sarei dovuto rimanere sul set per una sola settimana, ma il sig. Olmi mi richiamò per ulteriori riprese. Ricordo che alla fine di una scena, mentre riguardava al monitor il girato mi diceva “vedi, Claudio, tu hai dei tempi cinematografici perfetti che pochi attori hanno; potrei dirti…” poi nominò un attore inglese di cui non sentii bene il nome essendo già in solluchero per il complimento e continuò nell’elenco dicendo “… o come Al Pacino”. Ripeto, esperienza magnifica. Al mio fianco come attrice c’era Sandra Ceccarelli (che vincerà la coppa Volpi a Venezia qualche anno più tardi). Oltre a questa esperienza, ci sono poi numerosi corti nei quali sono stato coinvolto come attore ed anche in queste occasioni mi è stato detto di avere tempi cinematografici perfetti. Ultimamente mi diverto anche a girare piccole scene, magari come videoclip musicali per i RRR. In un lavoro autoprodotto del genere la cosa che mi affascina di più è il montaggio (e in questo mi sovviene alla mente Orson Welles che smontava e rimontava i suoi film infinite volte). Oggi come oggi grazie ai PC ed all’elevata qualità fotografica raggiunta dei cellulari è possibile creare con poca spesa un prodotto cinematografico di buon livello, per lo meno, accettabile.

Ha lavorato all’estero e/o con registi stranieri?

Ho avuto occasione, grazie alla mia amica, in quel periodo allieva regista alla Silvio D’Amico, di trovarmi a recitare presso la Scuola di teatro Shukin  Mosca ad un concorso internazionale di regia. Per ben due anni. Ho conosciuto la magnifica realtà didattica e teatrale di quel grande paese che è la Russia ed ho avuto l’opportunità di incontrare il grande regista Liubimov e di vedere un suo spettacolo di “poesia”. Lo “spettacolo di Poesie” degli anni 30/40; una cosa da noi inconcepibile se non in forma di recital con musica di accompagnamento. Devo aggiungere che il primo anno del concorso venni anche insignito del premio quale miglior attore della rassegna. È un premio di cui vado molto fiero.

Grandi città o provincia? Dove, secondo Lei, c’è più creatività e/o opportunità di fare teatro, musica e cinema?

Risponderò con una frase del grande scrittore urbinate Paolo Volponi: “locale fa rima con internazionale”.

Che spettacolo realizzerebbe se non avesse alcun problema economico e/o organizzativo?

Siamo umani, volubili: quindi oggi potrei dire un testo è domani tutt’altro testo. Comunque di sicuro un testo già scritto (visto le problematiche che mi procura lo scrivere),… probabilmente un “classico” anzi: sicuramente un classico. Perché un classico? Perché da che mondo è mondo l’uomo è l’uomo e se un testo è giunto fino a noi per essere da noi definito “un classico” allora vuol dire che è universale e senza tempo.

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